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Il target dell'ossigenoterapia inalatoria è quello di modificare il contenuto di ossigeno nel sangue

arterioso quando quest'ultimo è presente in quantità inferiori rispetto alle normali concentrazioni.

L'ossigeno nell'atmosfera è presente ad una concentrazione del 21% e, a tali livelli, è in grado di garantire una normale ossigenazione dei tessuti in un individuo sano.

Nel paziente acuto l'obiettivo della somministrazione di ossigeno è quello di prevenire l'ipossia tissutale, che si verifica quando si crea uno squilibrio tra il trasporto ed il consumo di O2 in base alle necessità metaboliche dell'organismo.

In un soggetto sano, la concentrazione periferica di ossigeno, misurata con il saturimetro, oscilla tra il 98 e il 100%. Quando l'ossigeno è deficitario, al di sotto di queste concentrazioni, si instaura uno stato di sofferenza tessutale. Piccole regressioni dell'apporto di ossigeno al di sotto del 90% di saturazione periferica, provocano riduzioni esponenziali del deficit di O2 nel sangue arterioso con grave ipossiemia arteriosa. Quindi l'obiettivo della somministrazione di ossigeno in emergenza è quello di raggiungere concentrazioni di saturazione periferica di almeno il 90%.

  • Con il termine di ipossia si intende una diminuzione dell'apporto di ossigeno ai tessuti.
  • Con il termine di anossia si intende la completa assenza di ossigeno.
  • Con il termine di ipossiemia si intende una riduzione della concentrazione parziale di ossigeno nel sangue arterioso.


Le cause dell'ipossia sono molteplici e possono realizzarsi nel:

  •  paziente affetto da malattia polmonare (BPCO), per deficit di estrazione di ossigeno
  •  paziente affetto da infarto acuto del miocardio, per conseguente deficit di pompa
  •  paziente che abbia assunto farmaci o droghe con effetto depressivo sui centri respiratori
  •  paziente che inali fumi o sostanze tossiche
  •  paziente traumatizzato, per riduzione della massa ematica circolante come conseguenza di uno shock emorragico.

Indipendentemente dalla causa che provoca l'ipossia, la cosa più importante è saperla riconoscere in modo da trattarla il più precocemente possibile.


I segni dell'ipossia sono:

  •  la dispnea
  •  l'ortopnea
  •  i rumori respiratori patologici
  •  la cianosi
  •  le alterazioni dello stato di coscienza, dall'irrequietezza all'agitazione, fino all'arresto respiratorio.

Nell'emergenza extraospedaliera, la fonte di ossigeno è garantita da bombole, da 7 o 10 litri caricate a 150-200 atmosfere, in cui questo gas viene compresso.

Prima di somministrare ossigeno al paziente acuto, è sempre necessario individuare il miglior dispositivo di erogazione per quella determinata circostanza.

 


Presìdi per ossigenoterapia

Le cannule nasali (occhialini) che rappresentano la modalità più semplice di somministrazione; permettono di erogare flussi di O2 non superiori a 4 l/min perchè provocano disidratazione della mucosa nasale; quindi la massima concentrazione di ossigeno somministrabile con questa modalità è intorno al 36%.

 

 


Le maschere semplici che incorporano sia il naso che la bocca del paziente, munite di piccoli fori laterali che permettono il passaggio dell'aria con l'ambiente esterno, con le quali si può somministrare ossigeno fino a 6-8 l/min e percentuali che variano tra il 35 e il 60%. Con tali presìdi è sempre necessario somministrare ossigeno a flussi superiori a 4 l/min per evitare accumulo di anidride carbonica all'interno della stessa maschera.

 


Le maschere con resevoir, maschere semplici a cui viene collegato un serbatoio che funge da riserva continua di ossigeno; con questa modalità di somministrazione è sempre consigliabile erogare O2 a 10-15 l/min e con le quali si può raggiungere una percentuale somministrata vicina al 100%.

 


Le maschere con Venturi, nelle quali l'ossigeno entra all'interno di esse per mezzo di un ugello, che per "effetto Venturi", aspira l'aria dall'atmosfera miscelandola in vario modo con l'ossigeno stesso attraverso riduttori preregolati.

 

Tutti questi dispositivi consentono, in vario modo, di somministrare correttamente ossigeno al paziente acuto, a condizione che egli presenti una ventilazione autonoma ed efficace.

 

Effetti collaterali dell'ossigenoterapia

L'ossigeno è considerato un farmaco e come tale non è scevro da effetti collaterali.

Se deve essere somministrato per periodi di tempo prolungati, superiori a 40 minuti, essendo freddo e secco può irritare le vie aeree, e quindi buona norma interporre un filtro scambiatore di calore ed umidità tra il circuito erogante ed il dispositivo di erogazione.


Ancora si ricorda:

  •  la Tossicità dell'ossigeno, in cui i polmoni possono reagire negativamente alla sua somministrazione quando il flusso e la concentrazione sono eccessivamente elevati
  •  le Lesioni oculari nel neonato, anch'esse direttamente correlate alla eccessiva somministrazione, per formazione di tessuto cicatriziale dietro il cristallino con conseguente cecità, rare in emergenza extraospedaliera relativamente al breve intervallo di erogazione dell'ossigeno
  •  ed infine, ma non per questo meno importante, l'Insufficienza fino all'arresto respiratorio nei pazienti affetti da BPCO, che sviluppano una tolleranza a livelli di CO2 più elevati del normale e che quindi regolano la loro respirazione sui livelli di O2 circolante. Una eccessiva somministrazione di ossigeno a tali pazienti porta come conseguenza depressione respiratoria fino all'arresto respiratorio.

 

Obiettivi dell’ossigenoterapia

  • raggiungere una SpO2 > 94 %
  • nel paziente con BPCO raggiungere una SpO2 è tra 88 e 92 %

 

Ossigeno terapia nelle BPCO

Nei pazienti affetti da queste patologie respiratorie, lo stimolo respiratorio non dipende dall’aumento dell’anidride carbonica nel sangue arterioso, come avviene in una persona sana, bensì dal calo di ossigeno.

Ciò dipende dal fatto che i centri respiratori hanno perso la sensibilità all’anidride carbonica e sono perciò stimolati solo dalla riduzione dell’ossigeno del sangue; quindi la somministrazione di ossigeno in concentrazione elevata, causa l’inibizione dei centri respiratori, potendo derivarne una ridotta ventilazione fino all’ARRESTO RESPIRATORIO.

L’ossigenoterapia in tali casi deve essere intrapresa con un flusso debole (circa 2 l/min) di ossigeno a concentrazione inferiore al 30% (la percentuale viene regolata direttamente sulle maschere di erogazione) e gradualmente aumentata fino ad un massimo di 6 l/min, se, in assenza di depressione respiratoria i segni clinici della riduzione di ossigeno nel sangue persistono.

Naturalmente il rischio di causare una depressione respiratoria si giustifica se il paziente con BPCO richiede maggiori quantità di ossigeno in rapporto a disturbi concomitanti tra cui uno stato di shock.

Il target da raggiungere un SpO2 è tra 88 e 92 %.

 

Come calcolare la riserva di ossigeno

 

 

Volume della bombola X pressione dell’O2 : l/m da erogare

Con bombola di 7 litri carica a 200 atmosfere, sappiamo che durante il trasporto dobbiamo erogare 10 l/m: 

  • 7 X 200 : 10 = 140 minuti (circa 2 ore e 20 minuti)

Dobbiamo però tenere presente anche di eventuali perdite dal circuito o l'ipotesi di una ventilazione meccanica, pertanto per avere ulteriore margine di sicurezza togliamo arbitrariamente 50 atmosfere dal conteggio iniziale:

  • 7 x 200 – 50 : 10 = 105 minuti (circa 1 ora e 45 minuti)

 

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